#sbs In realtà era un bordello
È proprio vero quando si dice “l'apparenza inganna”. In questo caso era proprio così, perché la facciata del palazzo di via Sparano al sette sembrava proprio quella di uno dei tanti altri palazzotti che stavano nella stessa strada. Invece era un bordello. Aveva aperto i battenti fin dai mesi immediatamente successivi alla fine della prima guerra mondiale e nel 1925 contava già più di trenta camere private, un fornitissimo mobile dei liquori e una grande sala al secondo piano le cui finestre di affaccio sulla corte interna stavano sempre chiuse, con al centro il tavolo da gioco, riservato ai clienti più fedeli.
Nello stesso stile all'italiana, misto eclettico e art nouveau, non sfigurava accanto agli altri edifici vicini, come l'imponente palazzo Mincuzzi. Il palazzo al numero 7 aveva ospitato il cambiare delle generazioni. Ai nobili e ai ricchi borghesi cittadini dei primi anni si erano aggiunti i rampolli dei grandi proprietari terrieri di passaggio in città e poi gli alti funzionari e i gerarchi del fascio. Adesso ero il tempo della nuova guerra, la facciata mostrava i segni del tempo, ma il bordello era scampato ai bombardamenti, funzionava a scartamento ridotto e all'arrivo dei liberatori, fra le truppe degli alleati si era sparsa presto l'utile informazione di servizio relativa alla sua esistenza. Dopo pochi giorni dal loro arrivo molti soldati in libera uscita si erano aggiunti alla solita clientela. Per le ragazze e le signore di via Sparano, abituate a comunicare in francese con gli ospiti internazionali, si era così presentata l'occasione propizia di fare un ottimo esercizio di lingua, con una nuova lingua, l'inglese; e presto si erano rese conto di persona che la perfida Albione sotto sotto non era molto più perfida dell'italica stirpe. Al tavolo da gioco non erano mai mancati gli avventori. Nei decenni l'inflazione aveva fatto lievitare le puntate, ma la valuta era rimasta la stessa. Ora andavano molto più di moda la sterlina o il dollaro, anche se erano come sempre l’oro, o in seconda battuta l’argento, a mettere d'accordo tutti gli scommettitori e i giocatori, soprattutto quelli più incalliti.
Non fece eccezione il caporale scelto Robert Moore quando, al fondo della notte del 1 ottobre 1943, dopo aver inanellato una serie esponenzialmente dannosa di mani perdute, si rese conto che, nel disperato tentativo di ribaltare tutta la partita, non gli sarebbe restato niente altro da fare che giocarsi uno dei due orologi d'oro da tasca della sua zia americana Elaine. Il fatto non stupì e non sembrò per niente eccezionale anche al suo avversario, Lino, che ormai sentiva di avere completamente in mano la partita. Pasquale Mastrandrea, detto Lino, infatti aveva appena calato il suo tranquillo terzo full dall’inizio del gioco. Il pescatore con la faccia da bambino era abituato a vincere.
Negli anni prima della guerra Pasquale aveva imparato a conoscere le carte nelle facce degli avversari e a mascherare le sue, osservando lo stile di un gran giocatore, il vecchio Vlad. Lino osservava in silenzio i piccoli segni, le pieghe del viso o i tic degli avversari, spiando seduto al lato di Vlad. Era un pellegrino rumeno ortodosso che ogni primavera veniva a Bari per venerare le reliquie di San Nicola, preferendo soggiornare nella vicina Santo Spirito. Il vecchio, che si era persuaso di avere accanto un amuleto vivente, dopo ogni partita si dedicava a gesti e con una meticolosa mimica facciale a spiegare al giovane pugliese l’arte di svelare i bluff e quella ancora più preziosa di fingere a poker. E il tutto risultava efficace grazie al quarto mistero della comunicazione interpersonale, visto che Lino sapeva a malapena parlare in Italiano e Vlad conosceva solo tre parole di francese.
Robert non era il primo dei militari inglesi che ne usciva spennato, fra i tanti che frequentavano il bordello di via Sparano. Quando i malcapitati avevano buttato tutto il denaro, Lino sorridendo accettava di tutto, pur di concedere l’ultima mano; crocifissi placcati, catenelle di varie leghe, medagliette commemorative, bracciali e perfino pacchetti di sigarette aperti. Certamente accettava orologi da polso o da tasca e trovava subito a chi smerciarli, anche se oggetti d’oro 14 carati non gli erano mai capitati per le mani. Quello che invece sembrava molto strano agli occhi di Lino era il fatto che il soldato avesse tirato fuori non un singolo orologio, ma addirittura una coppia di piccoli orologi da taschino. Due piccole cipolle, larghe poco più di un pollice, a tutta cassa con un bellissimo decoro floreale a due colori, un disegno in oro giallo e oro rosso.
Il soldato mise il primo pezzo al centro del piatto, ben in vista sotto la luce, e fece scattare l’apertura della cassa, guardò l’interno, rapidamente chiuse e mise via. Poi si asciugò il sudore della fronte con il dorso della mano, sospirò profondamente, prese il secondo orologio, esternamente del tutto identico al primo, lo mise di nuovo al centro del tavolo, senza aprirlo, e ritirò le mani. Poi si piegò alla sua destra e a bassa voce disse due parole a Mario, un italo canadese che faceva da traduttore per gli alleati: “Dice che questo vale due volte la tua pila !!” disse Mario. Lino lo vide da lontano che era un oggetto di gran valore e annuì. Per una frazione di secondo si domandò cosa c’entrasse la corrente elettrica, ma non perse la concentrazione, raccolse le carte e cominciò a mescolare, dicendo “Buono, allora giochiamoci quest’ultima mano”.
[30.5.2020]
