#sbs Una storia a lieto fine



Sono proprio felice di come è andata la storia con la dormeuse dei nonni. Il divano elegante di Water e Silvana rischiava davvero di fare una brutta fine, di andare sul fuoco del camino a far da legna da ardere o peggio di concludere la sua esistenza nel cassone del legno dell’isola ecologica. E invece no, meno male.

Ho dei ricordi davvero lontanissimi di quella agrippina modificata, perché il suo schienale era evidentemente un’aggiunta posticcia. A metà degli anni ‘70 del 1900 stava collocata nel corridoio di entrata della grandissima casa di via de’Tavolini, in pieno centro storico di Firenze. Io ero piccolissimo, addirittura mi sembra di ricordare che in quel lungo corridoio io ci ho imparato a camminare. Quindi quel divano con i bordi in legno, i lati monumentali e la seduta rivestita di una stoffa preziosa, mi appariva troppo alto, per niente comodo, insomma irraggiungibile, se non addirittura proibito. Infatti non ci si sedeva mai nessuno e la nonna non lo copriva con dei teli, come i morbidi e bassi divani di salotto. E mi vietava assolutamente di salirci sopra. Così da bambino non ci sono mai salito; e forse un ò lo temevo, sennò di nascosto alla nonna mi ci sarei arrampicato.

Poi ho dei ricordi imprecisi sulla sua collocazione in via Orcagna. Mi sembra che stesse davanti alla porta d’ingresso, sotto una finestra, questa volta però coperto da dei teli protettivi, in realtà non per proteggere ma per nascondere la seduta ormai logora e da cambiare. Erano gli anni ‘80. Università, fidanzate e tanta politica. Il divano era fuori del mio orizzonte di interesse.

Poi ancora un passaggio in via Guicciardini, nella grande casa al quarto piano, l’ultima dove ho vissuto con i nonni, prima di sposarmi e di trasferirmi a Prato, nel 1999. Silvana lo aveva fatto collocare sempre nel corridoio che dalla porta di casa portava in salotto, ma questa volta il divano dormeuse stava sempre coperto, anche perché il piccolo Pepe ci saliva spesso, e accucciato lì, accanto alla padrona, ci aspettava abbaiando, mentre dopo aver suonato il campanello salivamo su in ascensore fino alla casa dei bisnonni fiorentini.

Una decina di anni dopo Walter e Silvana si sono trasferiti in via Ricasoli, numero 8, interno 39, nel grande monolocale, con terrazza vista Cupola. Quella è stata l’ultima splendida loro abitazione prima del transito dalla casa di cura.



E in conclusione nel settembre 2017, a soli 5 giorni di distanza l’uno dall’altra, i miei dolcissimi nonni sono approdati nella loro residenza definitiva, che quaggiù sta nelle colline di Trespiano e in cielo sono sicuro sta ai piani alti della volta celeste. Perché da buoni cristiani onesti e lavoratori come loro sono stati, anche se in Terra di premi e menzioni non ne hanno mai ricevuti e hanno sempre dovuto sgobbare per tirare avanti, per lo meno da trapassati avranno avuto subito aperte le porte del Paradiso, ne sono certo.

L’agrippina, come la chiamavamo io e mia moglie, seguì Walter e Silvana anche nel trasloco più epocale della mia vita. Gli americani lo avrebbero definito il “trasloco definitivo”, quello che vide una casa di oltre 150 metri quadri (via Guicciardini), con otto stanze e un grande salone doversi ridurre in un loft di circa tre volte più piccolo (via Ricasoli), dove mia nonna volle portare quanta più mobilia possibile.

Le foto del divano lo vedono collocato come sempre davanti alla porta di casa, perché la nonna non tradiva mai i suoi criteri di arredamento. Peccato però che il resto dell’abitazione era tutto lì e, quando l’appartamento vista Duomo venne indirizzato alla sua attuale destinazione, cioè ad ospitare i turisti di Airbnb, per quel mobile bello, ma davvero troppo ingombrante, non c’era davvero più posto, nemmeno in via Ricasoli.

Non rimase che farlo trasportare in campagna, e piazzarlo, coperto da un telo protettivo, in una delle stalle adibite a magazzino di mobilia del passato e di scatole piene di vecchie cose. Dopo il primo inverno passato in quelle condizioni dava già segni di disfacimento, piattoli e scorpioni si aggiravano fra le sue bellissime gambe e la muffa stava aggredendo la sua scolorita seduta in seta.

A quel punto presi la decisione di metterlo in vendita, mi piangeva il cuore vedere la fine che stava facendo. Era ancora un bellissimo oggetto, probabilmente proveniente da una villa del contado fiorentino, dalle parti di Villamagna, e alla fine dell’800 sicuramente aveva accolto raffinate dame e signori della bella società toscana. Non poteva finire mangiato dai topi. Cercai su Ebay, su Subito e su altre piattaforme web. Mobili di quel genere non se la passavano bene in quanto a valutazione. Lo misi in vendita a 800 euro, ma dopo due mesi solo una mezza email di uno di Padova, che non portò a nulla. Allora armato di foto sul cellulare mi misi a girare gli antiquari, i negozi di arredi vintage, i robivecchi. Come potete immaginare solo volti indifferenti e disperati: per i bei mobili del passato non c’è presente, tutti preferiscono i mobili dell’IKEA, non c’è mercato, ho il magazzino pieno di cose così, ne ho altre tre che non riesco a vendere. Questa la tiritera. Solo i Topolino degli anni ‘80 e i francobolli commemorativi degli anni ‘70 sono messi peggio a quotazione. Carta straccia, legna da ardere. Peccato. Il punto più basso fu un conto vendita dalle parti di Capalle che se la sarebbe presa l’agrippina della nonna Silvana, per 150 euri. Tre fogli da 50. Mi sembrò davvero troppo poco, una fine non dignitosa, e dissi no, grazie.

Ma questa è una storia a lieto fine. Per fortuna quella volta di Capalle non accettai, perché poi decisi di prendere un furgone a noleggio, di riempirlo di mobili e portai anche la dormeuse in gita domenicale in vendita al mercatino di Seano, lungo la pista rossa. Probabilmente il mercato dove i prezzi sono più bassi in Toscana, ma pur sempre una vetrina ricca di possibilità.

Ebbi fortuna, perché proprio a Seano il divano dei nonni ha trovato due nuovi amorevoli padroni. Io stesso l’ho portato in consegna ad una coppia di agiati signori che abitano in una splendida grande casa di campagna dalle parti di Pratolino. Lei molto gentile e premurosa mentre lo scaricavo dal pianale del furgone e lui entusiasta di poter restaurare il pezzo, prima di destinarlo ad una delle sale di ricevimento gli ospiti. Me lo hanno pagato una cifra molto conveniente per loro, ma non è stato un prezzo da fame.

L’agrippina dei nonni non è finita in bocca ai tarli e adesso affronta con signorilità il suo terzo secolo di vita. Io sono contento di aver potuto raccontare la sua storia e credo che possa essere di buon auspicio per tutti coloro che, piuttosto che farle morire nelle soffitte o nelle cantine, preferiscono mettere in circolo le cose del loro passato, mettendole sul mercato, in attesa che un compratore se le prenda e gli dia una nuova vita.


[ 30.1.2020 ]